giovedì 23 aprile 2009



Mi chiamo Pier Giuseppe Avanzato e sono nato oltre sessant’anni or sono a Silla di Gaggio Montano, piccolo paesino nell’appennino tosco emiliano, in provincia di Bologna.
Ho lavorato come chirurgo prima all’ospedale di Vergato (Bo) poi , dopo aver fatto il servizio militare, a quello di Tolmezzo (UD) fino alla fine del 2006, allorquando sono andato in pensione ed ho appeso il bisturi al chiodo a favore della penna.
La voglia di scrivere è nata casualmente sul finire degli anni ‘90. Prima di quella data avevo scritto una cinquantina di articoli medici, per loro natura tecnici, scientifici e quindi molto sintetici.
Un giorno mi trovavo al paese per espletare alcune pratiche relative alla vendita della casa di famiglia, quando casualmente incontrai una cugina di mia mamma che non vedevo da tempo così decidemmo di andare a mangiare in un’osteria di Gaggio Montano. Fu in quell’occasione che mi disse “Perché non scrivi un articolo sui tuoi genitori per il gruppo di Studi Gente di Gaggio?”
Sul momento non presi in considerazione quell’invito. In seguito l’idea mi piacque così scrissi un articolo che le inviai per la pubblicazione. Dopo un po’ di tempo mi telefonò Adelfo Cecchelli, allora Presidente della rivista semestrale Gente di Gaggio, che mi disse che l’articolo era bello ma presentava zone oscurate e non ne capiva il motivo. Morale della favola, la cugina di mia madre aveva censurato l’articolo ritenendolo poco rispettoso nei confronti dei miei genitori perché, tra le altre amenità, raccontavo la loro prima notte di matrimonio. Si trovarono a letto in tre, ma non si trattava di quello che può sembrare a prima vista, infatti si era nell’immediato dopo guerra e il matrimonio avvenne in ristrettezza. La testimone di mia madre era scampata ad un eccidio nazista e di notte andava in sonnambula. Per questo motivo arrivò nei letto degli sposi. Mia madre dormiva mentre mio padre, che era sveglio, si guardò bene dal farle riprendere lo stato di coscienza, poteva essere pericoloso. Rinviai l’articolo in versione integrale che venne pubblicato nel numero 19 del 1999.
Nacque così una lunga collaborazione che mi portò a scrivere articoli sulla gente comune del mio paese, quella di cui nessuno parla. Il tutto ruotava attorno alla mia famiglia e ai compaesani dato che in un piccolo paese tutti si conoscevano e tutti sapevano tutto di tutti. Gli scritti piacquero molto perché facevano rivivere il clima dei romanzi di Guareschi, così un giorno decisi di raccoglierli, aggiungervi degli inediti e, in collaborazione con Gente di Gaggio, pubblicai il mio primo libro “La panchina racconta”. (http://www.gentedigaggio.com/ E-mail: info@gentedigaggio.com)
La scrittura per me ha rappresentato un’evasione dai problemi della vita in quanto mi ha aiutato a creare un rifugio, un osservatorio speciale dal quale partire ben rilassato per affrontarli meglio. Entrare nelle storie delle persone di cui raccontavo, a volte, mi ha fornito spunti di riflessione costruttivi per la mia vita. Di certo non si è trattato dell’unico strumento per risolvere i problemi che affliggono in maniera più o meno grave ciascuno di noi, però ha mi ha fornito uno spazio dove pensare o anche non pensare, a seconda delle necessità del momento. La cosa che però ritengo più importante è stato il proficuo e dialettico scambio di opinioni con mia moglie principalmente nell’affrontare i problemi della vita, ma anche nello scrivere i libri. Era ed è il mio “consigliori”, perché si mette sempre dalla parte del lettore e mi segnala quali parti siano un po’ ermetiche e quindi da esplicare meglio. Da non trascurare poi il fatto che mi ha sempre corretto le bozze. Chi scrive di solito non si accorge degli errori commessi, quindi senza il suo fattivo contributo avrei avuto qualche difficoltà in più.
Mi piace molto, a conclusione di un lavoro, andare in tipografia, sentire l’odore degli inchiostri, ma ciò che preferisco maggiormente, è la parte creativa, le scelte grafiche e, debbo essere sincero, entrare in questo mondo mi dà una grande gratificazione perché vedo concretizzarsi il lungo lavoro di raccolta delle testimonianze, di scrittura, di ricerca e di restauro delle immagini.
A prima vista il mio lavoro di chirurgo poteva sembrare asettico, pur tuttavia, era permeato da una incredibile umanità, perché chi era sotto i ferri non era un oggetto ma una persona in carne ed ossa, con tutto un suo mondo di sentimenti e di vissuti. Debbo dire che, pur essendo in pensione e coltivando l'hobby della scrittura, questo rispetto per la gente e le proprie vicende umane mi è rimasto incollato, forse perché già lo possedevo in quanto me lo avevano insegnato i miei genitori con il loro esempio. Forse è proprio questo il motivo principale per cui amo scrivere sulla "Gente".
I libri che ho scritto:
nel 2003 “La panchina racconta”
nel 2004 “Gente di Tumieç”
nel 2005 “Bromojodicherie tolmezzine- 1914-17”
nel 2007 ho scritto un contributo dal titolo “Tolmezzo, prima e dopo Caporetto” pubblicato nel volume “1917 – Anno Terribile” a cura di Enrico Folisi per la Forum.
nel 2008 “Tolmezzo in posta”
nel 2009 “Gente di Cjargne”
nel 2010 ho scritto un contributo dal titolo "Breve storia della cartolina postale ed illustrata" pubblicata nel volume "Amor mi mosse... Le cartoline di Michele Gortani, uno scrigno di storia e cultura per riscoprire la Carnia" a cura di Beppina Rainis e Amanda Talotti, stampato dalla tipografia Andrea Moro di Tolmezzo.
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"La panchina racconta”

Il libro “La panchina racconta”, pubblicato nel 2003, rappresenta la raccolta degli articoli che ho scritto per la rivista “Gente di Gaggio” ai quali ho aggiunto vari inediti realizzati con i ricordi sulla gente delle mie parti e sul loro modo di vivere. Gli articoli sono permeati da quel clima di contrapposizione tra prete e comunisti, così ben descritto da Guareschi nei suoi romanzi su Peppone e don Camillo e il loro paese sul Po.
Anche a Silla il mio piccolo paese d’origine vi è un torrente, il Silla, che confluisce in un fiume, il Reno, e divide il paese in tre parti appartenenti a tre diversi Comuni: Gaggio Montano a 7 km, dove abitavo io, Porretta Terme a 3 Km dove ho studiato fino al liceo e Castel di Casio ad una quindicina di km.


Questi racconti rappresentano il mio personale “amarcord” che diventa un po’ la saga della mia famiglia infatti è da lì che partono i racconti sulle altre persone della non memoria, cioè gente assolutamente comune, ma unica per le peculiarità e la non omologazione. Oggi sarebbero al di fuori di ogni schema sociale, ma allora erano perfettamente integrati, facevano parte del paese.
Vorrei spendere due parole sul titolo. La panchina era un luogo reale dove s’incontravano mio nonno e i suoi amici, dove intavolavano lunghissime discussioni di politica, si facevano prendere dalla foga, ma poi andavano a bere un bicchiere di spuma o di vino all’osteria, pur appartenendo a schieramenti politici contrapposti. Mi ero rifatto ad una frase bolognese molto comune e anche scurile (la pancheina ed l’oca morta) il cui significato era trasceso dal senso letterario originale e stava ad indicare un luogo dove si sedevano i vecchi.
Gli argomenti di discussione erano quelli tipici dell’Emilia: politica, donne, motociclette e mangiare.
In ogni racconto traspare quell’umorismo che, pur nelle difficoltà di una vita dura, scandita dal fascismo, dalle lotte contadine, dalla guerra e dal dopoguerra manteneva forte la contrapposizione tra comunisti e tutti gli altri, coagulati attorno alla figura di don Enea. Il “prete muratore” come lo ho definito, perché si è costruito la chiesa coinvolgendo tutto il paese e che svolgeva la sua missione pastorale più al bar, tra una partita di biliardo e una di carte, che non in canonica dove chi andava aveva meno bisogno del suo conforto o aiuto. Grande figura di prete! Faceva prediche di 5-6 minuti perché sosteneva che la gente dopo 4-5 già calava il livello di attenzione, quindi non serviva farla tanto lunga. Per noi ragazzi aveva organizzato, in una chiesetta sconsacrata, una scuola di boxe dove lui era l’allenatore e che destro micidiale!
Molto spesso gli animi dei paesani, che si erano accalorati in interminabili discussioni sulla politica, si placavano solo quando il discorso cambiava argomento e tutti finivano col raccontare le loro passate avventure di sesso che, a sentir loro, non erano state poche. Altro argomento di chiacchiera era costituito dagli interminabili prognostici su chi sarebbe stato incoronato al tradizionale “Veglione dei Becchi” di fine carnevale e se gli incoronati effettivamente meritavano quel particolare “riconoscimento”. Di solito si trattava di coppie adulterine, quindi il pettegolezzo era d’obbligo.
Entrare nel negozio di Checco, il meccanico di biciclette, era meglio che andare al cinema, si rideva a crepapelle alle sue battute con Peppe di Jacon, il fabbro. A proposito di Jacon, il fabbro, quando periodicamente saliva dalla vecchia ferriera, che a noi ragazzi sembrava un girone infernale, con la faccia e le mani imbrattate di nero, tanto che di lui si vedevano solo gli occhi, che sembravano spiritati ,a noi ragazzi sembrava proprio un diavolo. Lui si divertiva a spaventarci immedesimandosi in quel ruolo e, mentre noi ce la davamo a gambe, lui si dirigeva in piazza a bere un bicchiere e a vedere se dalla corriera scendeva qualche bella signora che sicuramente si sarebbe beccata una bella manata nel sedere. Oggi sarebbe incriminato per molestie sessuali, ma allora faceva parte della coreografia del paese e nessuno ci badava. Oltre ai tanti racconti su quelle persone ho inserito una rubrica di facezie sanitarie che, visto il mio lavoro, non poteva mancare e lo strafalcionario, una racconta di sciocchezze ed errori che mio padre e mia madre, entrambi maestri elementari, avevano realizzao durante la loro attività. Per concludere inserisco alcune foto presenti nel testo.

Didascalie: Nella prima foto in alto c'é la squadra dell'Associazione Calcio Bologna dove giocava come terzino il "Signor Emilio "(mio nonno), la successiva, a sinistra, si riferisce a mia nonna la "Signora Emilia", anche la terza si riferisce sempre a mio nonno, in divisa della Milizia della Strada e alla guida di un sidecar . La quarta immagine sulla destra è stata scattata durante la seconda guerra mondiale ( dalle mie parti il fronte rimase fermo sei mesi per la resistenza dei tedeschi sull'ultimo baluardo difensivo appenninico (per intenderci il mio paese si trova a una trentina di Km da Marzabotto). La quinta immagine mostra il "prete muratore" con mio padre "Il Mester", come pure l'ultima immagine che li ritrae nel 1947 con una scolaresca. La sesta foto ritrae mia mamma la "Mestra" mentre sta facendo un esperimento a scuola. Per finire,'la penultima immagine ritrae Zaccanti, campione motociclista di corse in montagna.


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"Gente di Tumieç "

Il libro “Gente di Tumieç”, pubblicato nel 2004, nacque su sollecitazione di Elisa Barazzutti, mia moglie, che mi disse “Perché non fai un libro anche sulla gente di Tolmezzo?”. Sul momento rimasi un po’ perplesso e le risposi “Non sono di qui e la gente che è notoriamente chiusa penso non collabori”.
Molti condividevano questa mia affermazione, ma poi essendo un bastian contrario e amando le sfide decisi di seguire l’idea di mia moglie. “Gente di Tumieç”, è un libro su Tolmezzo, o meglio sulla sua gente, che può essere considerato una sorta di memoria della collettività proprio perché alla sua stesura hanno collaborato, in maniera attiva, molti anziani della città, che con i loro racconti, aneddoti, foto e poesie hanno dimostrato un forte interesse a che quel patrimonio di ricordi non andasse perduto. Ecco come basta un niente a far cadere dei luoghi comuni!
La prima e ovvia domanda che un tolmezzino o un carnico si può porre è “Perché un forest (persona che viene da fuori) scrive di una citta che non è la sua?” La risposta è semplice “Perché quel forest è un maledetto curioso”
Il libro presenta una parte introduttiva di carattere generale, seguita da 55 racconti fatti dalla gente di Tumieç, che vengono intercalati da due percorsi paralleli, uno di cartoline d’epoca e l’altro di poesie popolari.
Il libro di oltre trecento pagine presenta una ricca documentazione iconografica con circa duecentocinquanta immagini d’epoca, di cui oltre metà sono cartoline d'epoca che provengono dalla collezione dell'amico Claudio Gottardis. La mole del libro (formato A4), di primo acchito, potrebbe impressionare più di un lettore, ma basterà leggere qualche pagina per ricredersi. La lettura è facile per il modo semplice e allegro con il quale cerco di fornire al lettore lo spaccato di un modo di vivere ormai perduto e caratterizzato da intensi rapporti sociali.
Le persone descritte sono quelle della non memoria, cioè la gente comune o meglio quelle di cui in genere nessuno scrive, inserite negli eventi che si sono trovati a vivere o subire ed anche il modo con cui lo hanno fatto, chi da una parte della barricata e chi dall’altra.
Il libro è edito dalla tipografia Andrea Moro di Tolmezzo e forse è solo l’autore ad essere forest e non è per un caso che il titolo sia parte in italiano e parte in tolmezzino. Il fulcro del libro è rappresentato da un invito all’integrazione, e non solo a quella linguistica. Mi pare particolarmente importante sottolineare questo messaggio in una terra di emigranti e in un momento politico caratterizzato dal crescente xenofobismo e dalla difficoltà di accettazione, se non di rifiuto da parte di alcune forze politiche, del migrante.
Il libro è stato ristampato, è posto in vendita al prezzo di 25 euro e si può trovare o presso la Tipografia Moro di Tolmezzo (E-mail: comm@tipografiamoroandrea.it) o presso la libreria “LaCorte del Libro” di Tolmezzo (http://www.cortelibro.com/ ; E-mail: tempolibro@alice.it)
Ho inserito qualche immagine, tanto per dare un’idea, tra le tante presenti all’interno del testo (tra cartoline d’epoca e fotografie sono quasi 240).


Didascalie: . La prima foto in alto a destra risale ai primi anni del '900 e rappresenta la partenza delle diligenze difronte all'albergo Roma. Scendendo la foto a sin. rappresenta Jacopo Linussio, industriale ( era padrone della fabbrica di sci Lamborghini) e alpinista, sul campanile della Val Montanaia a 90 anni suonati. Proseguendo a destra c'é l'immagine della Vigja (Luigia), uno strillone al femminile, simbolo dell'operosita carnica, si prosegue con Placido che fa da testimonial d'eccezione ad un negozio di abbigliamento.
Scendendo a sinistra none Gose (nonna gozzo) tipica donna carnica in scarpets (calzatura fatta con panni di stracci cuciti), dalle mani deformate dall'artrosi che fuma una lunga pipa. La foto della squadra di calcio della Pro Tolmezzo nel 1915 e sotto Marie sporcje, la parsimonia fatta a persona. L'ultima immagine è rappresentata da una cartolina spedita nel 1927, di gusto futurista (la velocità,il mezzo meccanico).

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"Bromojodicherie tolmezzine 1914-17
ovvero la gente di Tumeç durante la Grande Guerra nei disegni e caricature di Luigi De Giudici""

Si può proprio dire che "Bromojodicherie tolmezzine" sia figlio di “Gente di Tumieç”, pur non rappresentandone la continuazione, perché ritengo che quest’ultima sia sempre meno bella della precedente. Se il titolo è un po’ ermetico, il sottotitolo ne spiega bene i contenuti, infatti nel libro si racconta sempre della gente di Tumieç, ma durante la Grande Guerra e attraverso i disegni e le caricature che il pittore futurista Luigi De Giudici realizzò partendo dal 1914 per interrompersi nel ’17, dopo la disfatta di Caporetto. Il pittore, che visse a Tolmezzo dal 1910 al 1920, scelse come punto di osservazione l’Albergo Roma che da sempre rappresenta il cuore pulsante della città. Il prezioso materiale, custodito in un grande album dal titolo Bromojodicherie tolmezzine, mi venne messo a disposizione da Federico Aita, che fu proprietario del locale, e che dopo aver letto “Gente di Tumieç” mi disse che avrebbe collaborato volentieri, ma ahimè il libro era già pubblicato. Dopo aver visto quelle 245 opere, tra caricature e disegni, incollati su grandi fogli neri, ne rimasi così affascinato da decidere di farne l’argomento di questo libro.
Di quel pittore, protagonista delle avanguardie futuriste, che aveva esposto alle prime mostre organizzate a Cà Pesaro di Venezia si erano perse le tracce, infatti le sue opere sono ricomparse in mostre ed esposizioni solo a partire dal 1999. Autore del recupero dell'opera di questo pittore è stato il figlio Angelo che, rimasto molto sorpreso nel vedere questa raccolta di disegni di cui s'ignorava l'esistenza, è stato molto disponibile sia nel fornirmi le notizie su suo padre che nel mettere a disposizione le opere per la mostra che si è tenuta in concomitanza con l'uscita del libro.
De Giudici, con i disegni realizzati dal 1914 al 1917 sotto il “focolaio” dell’albergo Roma, ci ha lasciato un raro spaccato di una collettività travolta dai venti di quella che fu definita la Grande Guerra. Ha rappresentato graficamente sia gli abitanti della città che alcuni tra i numerosi militari utilizzando i supporti cartacei che aveva sotto mano al momento: dal foglio di disegno, a quello di calendario, dalla pagina di giornale al conto.
Il libro inizia con una biografia sul pittore e la riproduzione di una decina di suoi dipinti, per passare ad alcune mie considerazioni e impressioni sulle caricature e i disegni soffermandomi, in particolare, su quello di copertina.
Per collocare tutti i personaggi ritratti nel clima dell’epoca ho cercato di creare un percorso narrativo che abbracciasse i vari aspetti che caratterizzarono quel periodo, partendo da quelli sociali, per poi passare alla religiosità popolare, agli eventi bellici che interessarono Tolmezzo e la sua gente i cui ricordi trovano spazio nella parte conclusiva del volume. Vi è un ampio capitolo dedicato alla Municipalità, realizzato attraverso documenti pazientemente rintracciati negli archivi storici comunali da Roberto Muner. Il volume di circa duecento pagine, peraltro molto curato per la parte grafica, è edito dalla tipografia di Andrea Moro ed è arricchito da un’importante iconografia con ben 180 tra disegni e caricature e circa 80 fotografie, alcune provenienti da lastre dell’archivio Molinari, altre, più propriamente di guerra, dall’archivio del generale Adriano Gransinigh, alpino e cultore di storia che ha collaborato per quella parte, ed infine alcune cartoline originali dell’epoca. Devo dire che mi ha fatto molto piacere che il prof. Umberto Sereni, titolare della cattedra di Storia Moderna all’Università di Udine, abbia accettato di fare la prefazione del libro che è uscito i primi giorni di agosto del 2005. Il prezzo di copertina è di 30 euro ed è reperibile o presso la tipografia Andrea Moro (E-mail: comm@tipografiamoroandrea.it) o presso la Libreria “La corte del Libro” di Tolmezzo (http://www.cortelibro.com/ ; E-mail: tempolibro@alice.it).
In collaborazione col Comune di Tolmezzo, da 30 luglio al 22 agosto 2005, a palazzo Frisacco, si è tenuta la mostra di pittura con le opere di Luigi De Giudici.
Per dare un’idea sulla parte iconografica, ho inserito alcune immagini, caricature e foto, che ho scelto tra le circa 280 presenti nel libro.

Didascalie: La prima caricatura si riferisce ad un estimatore del dio Bacco, la seconda al gen. Clemente Lequio, la terza fatta su un giornale francese un anarchico, la quarta la definirei "Nel segno del comando" con l'ufficiale panciuto in apparente relax e l'attendente, piccolo, che marcia. Proseguo con la caricatura dello scivano, due fotografie: l'una di un aereo caduto al campo aereo di Cavazzo Carnico e l'atra di una colonna di ambulanze. Chiudo questa piccola campionatura di caricature con quella di un artigliere da montagna.

A Venezia, nel dicembre 2008 è stato presentato il n.17 de "I quaderni della Fondazione Eugenio da Venezia" della Fondazione Querini Stampalia nel quale è presente la relazione di Stefano Franzo, a cura di Giuseppina Dal Canton e Babet Trevisan, dal titolo "Le Bromojodicherie tolmezzine di un giovane futurista negli anni della prima guerra mondiale".
Il 6 novembre 2009, a Montreal la professoressa Barbara Zoczek dell'Università di Clemson (South Carolina-USA) ha presentato una relazione dal titolo "Luigi De Giudici e i futuristi a Venezia".
In entrambe le relazioni è più volte citato " Bromojodicherie Tolmezzine 1914-17" il libro che, pubblicato nel 2005, è stato il primo ad aver trattato e portato all'attenzione del pubblico quella raccolta di disegni di Luigi De Giudici.

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“Tolmezzo in posta dalla Repubblica Veneta alla Repubblica Italiana” Pier Giuseppe Avanzato Claudio Gottardis Un giovedì sera al Bar Alba di Tolmezzo, sede del nostro Circolo Filatelico, parlando con Claudio Gottardis, amico da anni anche per i comuni interessi storico - filatelici, gli ho proposto di realizzare un libro che facesse conoscere al pubblico la sua stupenda collezione di documenti postali su Tolmezzo. L’idea lo appassionò a tal punto da diventare co – autore ed iniziare questa emozionante avventura. Ci siamo rimboccati le maniche e, dopo esserci documentati con opportuni approfondimenti storico filatelici, ci siamo incontrarci settimanalmente per scrivere i vari capitoli. Abbiamo preso spunto dalla ricorrenza degli 850 anni del toponimo Tolmezzo per dare il nostro contributo alle celebrazioni con questo libro e con una mostra di storia postale, tanto da ottenere il patrocinio del Comune di Tolmezzo. Il libro consta di 148 pagine, corredate da 220 documenti postali e circa 30 cartoline inedite sulla città, con i quali ci siamo riproposti di realizzare un percorso storico-filatelico fruibile da tutti e non solo dagli addetti ai lavori. L’idea è stata quella di percorrere gli eventi storici analizzando i documenti postali, anche loro espressione dei cambiamenti che si sono susseguiti. Si parte dalla Repubblica Veneta, periodo in cui venne organizzato il primo servizio postale strutturato a Tolmezzo, mentre nella Carnia era lasciato a carradori privati, per seguirne il percorso durante le varie modifiche legate all’evoluzione storica e alle numerose occupazioni che si sono susseguite nel tempo, per arrivare ai primi anni della Repubblica Italiana. Il tutto è documentato dalla riproduzione di oltre duecento documenti postali Ogni periodo è contestualizzato in una cornice storica generale, essenziale per inquadrare i fatti locali (cronologia tolmezzina), e capire così le modifiche postali che si sono succedute e che sono state riflesso dei tempi. Le cartoline d’epoca (circa una trentina) vengono utilizzate per creare un percorso pubblicitario, in linea con l’impostazione grafica del testo, fondamentale per la stampa del volume, edito dalla tipografia di Andrea Moro (E-mail: mailto:comm@tipografiamoroandrea.it. Didascalie:

-tra le varie immagini presenti sul testo presento una lettera del 15 luglio 1812 (periodo napoleonico), spedita da Prato in porto pagato (P.P.)e di seguito due lettere che riportano la data dell’ultimo giorno di Tolmezzo austriaca (26 luglio 1866) e del primo giorno di Tolmezzo italiana (28 luglio). L’annullo a quattro cerchi, di derivazione lombardo veneta, continuò ad essere utilizzato anche durante il Regno d’Italia (fino al 1874) e rappresenta il logo del nostro circolo filatelico (prima immagine in alto a destra). Sul Collezionista (n.12 del dicembre 2008), organo ufficiale della Bolaffi, e su Vaccari News sono comparse positive recensioni sul libro. Lettera per Milano del 5 settembre 1863 (all'epoca estero), affrancata per 26 soldi (un francobollo da 15 della seconda emissione, uno da 5 e 2 da 3 soldi della terza (primo peso dalla 3^ sezione austriaca alla 2^ italiana). Per concludere: cartolina tipo gruss di Tolmezzo e cartolina postale autografa, spedita da Benito Mussolini, che nell'anno scolastico 1906-7 era insegnante elementare a Tolmezzo, ad un libraio di Bologna per chiedergli due libri sulla vita di Gesù Cristo in quanto doveva prepararsi per un dibattito.



Nel numero uscito il 12 dicembre 2008 della rivista " Il collezionista" edita dalla Bolaffi Editore, a pag. 9, è stata fatta una recensione sul libro.





Nel novembre 2010 è uscito il 2° volume della nuova serie di "STORIE DI POSTA", la prestigiosa rivista di storia postale, all'interno della quale è stata dedicata una intera pagina alla recensione del libro.

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" Gente di Cjargne " Gente di Cjargne è un titolo bilingue, come avevo già fatto con Gente di Tumeç, che nelle mia intenzione ha il senso di auspicare l’integrazione linguistica, ma non solo e dato che si è sempre più proiettati verso una società multietnica, credo che l’interazione tra più culture e saperi, sicuramente rappresenti una fonte di arricchimento per tutti senza per questo perdere le proprie radici, perché “Senza passato non ci può essere futuro.”

Penso che in un momento storico come quello attuale, caratterizzato da modelli mediatici orientati al raggiungimento del successo, inteso come carriera, guadagno e cura esasperata dell'aspetto fisico, sia molto importante riscoprire quei valori umani di solidarietà che hanno caratterizzato un'epoca passata in cui spesso era la nostra gente ad essere obbligata ad emigrare in cerca di lavoro. Molti hanno raccontato le grandi difficoltà incontrate lontano da casa, ma nessuno mi ha riferito di aver ricevuto il trattamento che ora viene riservato a chi bussa alla nostra porta. Tante persone che fuggono disperate da inferni, spesso alimentati proprio dalla nostra vendita di armi e dalla negazione di aiuti alla loro emancipazione, cercano di approdare in Italia illudendosi di trovare una situazione che consenta loro di vivere in maniera più dignitosa. A me sembra francamente inconcepibile che alcune forze politiche siano riuscite a far approvare il famoso pacchetto sicurezza che prevede il reato di clandestinità con tutte le conseguenze che ne conseguono, dai respingimenti all' obbligo per il medico di denunciarli. E' una barbarie anticostituzionale! Dopo questo sfogo torno al libro precisando che, per la verità, all’inizio ho avuto grande perplessità ad accettare di realizzarlo, infatti mi turbava sia andare in una casa di riposo che il nome di quella struttura “Casa degli operai vecchi e inabili al lavoro”. Così mi sono detto “Hai sempre avuto rispetto per i vecchi, ti piaceva ascoltare i bei racconti guareschiani di tuo nonno e dei suoi amici tanto da farne il tuo primo libro. E poi ricordati che provieni da una terra di cooperative? e ora cosa ti trattiene? E’ stato per questo che facendo mente locale, quella definizione che richiamava al periodo più bello della cooperazione sociale in Carnia, mi è venuta a piacere così tanto che non solo ho accettato, seppur con riserva, ma la ho inserita nel sottotitolo del libro. Ritengo che questo libro sia espressione della sensibilità della Direzione della struttura nei confronti degli anziani e che contribuisca a dare loro visibilità per valorizzare le loro storie che in fondo fanno parte della nostra storia passata. Scrivendo queste storie mi sono accorto che è possibile vedere la Storia da varie angolazioni e rilevare che tutti avevano dei valori e un’etica di comportamento basata sull’umanità, il rispetto, la solidarietà, i valori della religione, il senso della Patria, ecc. Questi concetti vengono sviluppati anche da Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, nel suo ultimo libro “Il pane di ieri” riporta un proverbio delle Langhe che dice “Il pane di ieri è buono domani” a significare che anche il pane, elemento che simboleggia il nutrimento per antonomasia, va bene anche quando è vecchio. Importanza della necessità di riscoprire i valori antichi delle nostre genti: il legame di una collettività con la propria terra, con il rispetto per i suoi prodotti, con il lavoro dell’uomo e il vivere sociale. Questa avventura si è rivelata una esperienza umana bellissima, coinvolgente e molto arricchente, caratterizzata da una grande partecipazione (oltre 50 persone su 120 ospiti). In alcuni casi ho avuto una grande difficoltà a raccogliere i racconti, perché hanno voluto partecipare anche persone con malattie mentali e questo ha richiesto la necessità di una rielaborazione. Queste brevi storie le ho inserite nei racconti in circolo, perché raccolte proprio in cerchio che per me è una magica forma geometrica che non ha un punto di partenza né di arrivo e chiunque può intervenire quando vuole. I racconti più strutturati e completi li ho inseriti nella grande sezione dal titolo "Racconti & racconti" dove si possono trovare storie incredibilmente intricate negli avvenimenti, ma tutte permeate da grande umanità che risulta ancora più stridente se paragonata a ciò che stiamo vivendo ora. L'ultima sezione è quella dei racconti di coppia, ove hanno partecipato entrambi i coniugi, anche se predominante era sempre la parte della moglie. Per dare un’impronta più leggera al testo ho intercalato i racconti con le poesie di Eligio Nassivera, persona che conoscevo da tempo, visto che avevamo gli stessi orari di lavoro e ci incrociavamo spesso la mattina, anche se non sapevo che avesse una bella vena poetica. Per legare la gente al luogo di appartenenza e realizzare un recupero d’immagine, ho deciso d’illustrare il libro prevalentemente con vecchie cartoline animate, cioè con persone, dei paesi della Carnia, anche se non tutti sono rappresentati alla stessa maniera per ovvii motivi di reperimento del materiale.Perché la scelta delle cartoline? Il motivo è che le cartoline venivano scelte tra le immagini che potessero maggiormente incontrare il gusto della gente, in quanto dovevano essere vendute. Sostanzialmente erano espressione dei gusti dell’epoca. Il libro è dedicato a chi è in difficoltà, per qualsiasi forma di disabilità, congenita, acquisita o legata all’invecchiamento e che ne ha minato il corpo o la mente, auspicando l’integrazione per ogni diversità. Per tale motivo il libro non è in vendita ma dato in omaggio (rivolgersi alla Casa di Riposo) e se qualcuno volontariamente lascia una piccola offerta, il ricavato sarà devoluto per l’animazione degli ospiti della struttura, perché a volte può essere meglio un sorriso di una puntura. Inserisco alcune immagini scelte tra la sessantina presenti nel testo. Concludo inserendo una delle dieci poesie di Eligio Nassivera presenti nel testo "Sento il tempo che incalza, che fugge e tante poche cose ho fatto. Vedo appassiti i ricordi dei giorni più belli e parlo di un futuro che è fatto di ore; ma in questo tempo che incalza è l’amore che fugge, e tanto poco m’hai amato."




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